Le demenze
Con il termine di demenza si indica una sindrome clinica ingravescente, caratterizzata dalla perdita di più funzioni cognitive (tra le quali invariabilmente la memoria) di entità tale da interferire con le usuali attività quotidiane, sociali e lavorative del paziente. Oltre ai sintomi cognitivi spesso sono presenti sintomi non cognitivi, che riguardano la sfera della personalità, l’affettività, l’ideazione, il comportamento e le funzioni vegetative. Le demenze possono essere causate da numerosi processi patologici. Un’utile catalogazione clinica divide le demenze in primarie e secondarie in base al meccanismo eziopatogenetico (vedi tabella 1). Verranno illustrati, dopo un inquadramento epidemiologico delle demenze, i particolari clinici della demenza di Alzheimer.
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EPIDEMIOLOGIA DELLE DEMENZE
Le demenze sono in continuo aumento in tutto il mondo a causa del progressivo invecchiamento delle popolazioni, e rappresentano dunque una delle più importanti emergenze che i sistemi sanitari si troveranno ad affrontare nei prossimi anni. Tenendo conto che l’incidenza della demenza aumenta con l’età, il rapido aumento dei segmenti più anziani della popolazione comporterà inevitabilmente un aumento delle malattie ‘età-associate’, come risultato del semplice andamento demografico. Ad esempio, si è calcolato che a partire dal 2020 vi siano 213.000 nuovi casi di demenza di in Italia, contro i 150.000 rilevati nel 2000 (Di Carlo et al., 2002). Stime provenienti dagli USA suggeriscono tassi cinque volte superiori a quelli attuali nell’arco dei prossimi anni.
In diversi paesi industrializzati sono stati condotti studi epidemiologici circa la prevalenza della demenza nella popolazione. Tali dati riportano tassi assai comparabili nei diversi paesi, che oscillano intorno al 5% dei soggetti di età superiore ai 65 anni. La prevalenza raddoppia approssimativamente ogni 5 anni di età per i soggetti di età compresi tra i 65 e 85 anni. Infine, la prevalenza arriva ad un plateau di 35-40% nella fascia di età compresa tra 85-90 anni.
Va sottolineato che la maggior parte delle indagini epidemiologiche era rivolta allo studio delle demenza di Alzheimer e della demenza vascolare, che sono le forme più comuni nei paesi industrializzati. In Italia, secondo lo studio ILSA (Italian Longitudinal Study on Aging, 1997), la demenza interessa il 5,3% dei maschi ultrasessantacinquenni, e il 7,2% delle donne della stessa fascia di età. La demenza di Alzheimer è la forma più comune e costituisce, a seconda dei diversi studi, il 50 – 80% delle demenze, seguita dalla demenza vascolare (vedi tabella 2).
| Causa | Frequenza (%) |
|---|---|
| Demenza di Alzheimer (AD) | 57,0 |
| Demenza Vascolare | 13,0 |
| Depressione | 4,5 |
| Demenza alcolica | 4,2 |
| Idrocefalo normoteso | 1,6 |
| Cause metaboliche | 57,0 |
| Demenza da farmaci | 1,5 |
| Neoplasie | 1,5 |
| Malattie di Huntington e altre cause | 0,9 |
Per quanto riguarda l’incidenza, il tasso annuale è stimato in circa l’1% nei soggetti di età superiore ai 65 anni, variando dallo 0,2-0,8% nei soggetti della fascia di età compresa tra i 65 e i 69 anni fino ad arrivare a oltre il 3% nei soggetti ultraottantenni. Come la prevalenza, anche l’incidenza aumenta marcatamente dopo i 65 anni, ma non è tuttora chiaro se i tassi continuino a salire nelle età più avanzate, rimangano stazionari o addirittura diminuiscano.
MCI
Da alcuni anni, è in corso di definizione la condizione di decadimento cognitivo non dementigeno (Mild Cognitive Impairment, MCI), caratterizzata da disturbo di memoria isolato senza impatto funzionale, ad alto rischio di eventi avversi (progressione in demenza e mortalità). Si stima che una proporzione che varia fra il 30 e il 70% degli ultra75enni ne sia affetta. L’MCI è una delle condizioni che pone i soggetti a maggior rischio di sviluppare demenza.
Sebbene si tratti di un’entità clinica ancora controversa, i deficit cognitivi lievi stanno sempre più imponendosi all’attenzione di neurologi e geriatri. Il termine MCI è utilizzato nella pratica clinica per descrivere disordini cognitivi lievi e progressivi in particolare di memoria, che non sono però classificabili come demenza. La ricerca dei possibili indicatori biologici per la presenza di MCI hanno coinvolto diversi campi di indagine. Clinicamente i MCI presentano aspetti cognitivi al limite tra invecchiamento normale e la compromissione di tipo Alzheimer. Le indagini funzionali hanno dimostrato un ruolo importante relativamente anche alle indicazioni sulla prognosi. Infatti, un’alterazione del metabolismo del glucosio nelle aree temporo-parietali è stato dimostrato essere un fattore predittivo per l’evoluzione a Malattia di Alzheimer.